Frode in bilancio e il ruolo del revisore: un’analisi della sentenza della cassazione

La recente sentenza della Cassazione (sentenza 47900 della V sezione penale) ha gettato nuova luce sul concetto di frode in bilancio, in particolare focalizzandosi sul reato di falso nelle relazioni o nelle comunicazioni dei responsabili della revisione legale. La sentenza ha chiarito che tale reato, disciplinato dall’articolo 27 del decreto legislativo n. 39 del 2010, non ha legami diretti con il falso in bilancio (articolo 2621 del Codice civile) né con la bancarotta. Questa distinzione è stata sottolineata come fondamentale per preservare i principi di legalità e tipicità, impedendo una torsione di tali principi nel contesto delle responsabilità dei professionisti.

Un aspetto chiave della decisione è l’affermazione che la condotta sanzionata dal reato di falso nelle relazioni o nelle comunicazioni dei revisori ha sempre natura commissiva. Anche nel caso in cui si manifesti attraverso l’occultamento di informazioni, il reato ha come presupposto il compimento di un’azione, ossia la stesura della relazione. Questo ha implicazioni significative sulla natura della responsabilità dei revisori, che viene identificata come estranea alle dinamiche di gestione e controllo interno delle imprese a societaria.
L’avvocato e docente Vittorio Manes ha sottolineato l’importanza della decisione, evidenziando l’assenza di precedenti e il rigore della Cassazione nel ribadire i principi di legalità e tipicità del reato. Manes ha anche enfatizzato che i revisori possono essere contestati solo per le fattispecie di falso strettamente riferibili a loro, escludendo altre e diverse accuse riferibili solo a soggetti interni alla gestione o al controllo dell’impresa a societaria.

La sentenza ha richiamato l’attenzione sulle responsabilità specifiche degli amministratori e dei sindaci, sottolineando che il revisore rimane estraneo alla somma dei poteri che si concentrano nell’organo amministrativo e in quello di controllo interno. In questo contesto, la sentenza ha respinto l’applicazione del reato di bancarotta societaria a soggetti che non detengono tali doveri e poteri.
Un ulteriore punto chiave emerso dalla sentenza è l’affermazione che, sebbene il revisore possa contribuire alla commissione del falso in bilancio, ad esempio fornendo relazioni positive agli amministratori, tale concorso deve seguire le ordinarie forme dell’articolo 110 del Codice penale e non può basarsi su scorciatoie probatorie non consentite.
In conclusione, la sentenza della Cassazione rappresenta un chiaro pronunciamento sulla responsabilità dei revisori in caso di frode in bilancio, mantenendo i principi di legalità e tipicità e definendo le modalità in cui il revisore può essere coinvolto nelle pratiche fraudolente legate alle relazioni di revisione.

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