La responsabilità dei sindaci-revisori di fronte alla crisi delle società: caso pratico

Nel contesto di una crisi aziendale che si sviluppava inesorabilmente, la recente sentenza della Corte di Cassazione penale n. 1162/24, depositata il 10 gennaio scorso, solleva importanti riflessioni sul ruolo dei sindaci e revisori di conti. La vicenda al centro di questa decisione giudiziaria pone in luce la responsabilità penale derivante dall’inerzia di questi attori di vigilanza di fronte a segnali evidenti di dissesto finanziario.

La storia è un triste rituale: in presenza di segnali inequivocabili di crisi e del suo costante peggioramento, il collegio sindacale rileva difficoltà nei verbali relativi alle verifiche trimestrali e suggerisce agli amministratori l’urgenza di intervenire e ricapitalizzare l’azienda. Tuttavia, la mancanza di azioni concrete, basata su aspettative irrealistiche di risanamento e su reazioni inefficaci degli amministratori, provoca un progressivo aggravamento della situazione. Secondo la Corte di Cassazione, questo quadro presenta tutti gli elementi della responsabilità penale per concorso in bancarotta semplice, sia oggettivo che soggettivo.

Il concorso in bancarotta, sottolinea la sentenza, si consuma con l’inerzia. In questo caso, il collegio sindacale avrebbe dovuto non solo segnalare gli obblighi agli amministratori, ma anche agire con determinazione. La legge attribuisce loro il potere di convocare direttamente l’assemblea, esercitando i poteri che l’articolo 2406 del Codice Civile conferisce loro. La vigilanza non si limita a ricordare gli obblighi, ma implica un’indagine attiva, l’esercizio di poteri ispettivi e, se necessario, azioni dirette nei confronti degli amministratori inadempienti.

Il concorso in bancarotta semplice non richiede necessariamente il dolo, ma almeno un comportamento colposo, evitabile con l’adozione di criteri di diligenza. La sentenza sottolinea che il solo ritardo nella dichiarazione di fallimento non è sufficiente per presumere una condotta gravemente colposa. È necessario esaminare attentamente le scelte e le decisioni che hanno portato al ritardo, considerando anche gli strumenti normativi disponibili per la gestione delle crisi aziendali.

La sentenza solleva una domanda cruciale: cosa succederebbe se il ritardo nella dichiarazione di liquidazione giudiziale dipendesse dalla mancanza di adeguati assetti per riconoscere anticipatamente i segnali della crisi, obbligatori per legge da cinque anni? La mancata predisposizione di tali strumenti potrebbe costituire un atto di mala gestio per gli amministratori, mentre l’omissione da parte dei sindaci potrebbe configurare una condotta colposa con tutte le conseguenze legali del caso.

In un contesto in cui la trasparenza e la prontezza nell’azione sono fondamentali, la sentenza sottolinea l’urgente necessità per sindaci e revisori di conti di agire con diligenza, rispettando le indicazioni professionali e utilizzando tutti i poteri conferiti loro dalla legge. L’inerzia non è più un’opzione accettabile quando si tratta di evitare il disastro finanziario imminente.


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